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LA MATRONA ROMANA
E ce ne sono che amano gli eunuchi senza vigore e i loro baci molli: Chi non ha barba non presenta rischi, non dovranno ricorrere a un aborto. Tanto il gusto è lo stesso, poiché danno al chirurgo i ragazzi da castrare quando sono già in piena giovinezza, con gli organi in bollore, nereggianti d’un ciuffetto di pelo. Quei testicoli a lungo vagheggiati e fatti prima ben crescere, una volta giunti al peso di due libbre li taglia via Eliodoro e ci rimette soltanto il barbiere. (...) L’uomo castrato dalla sua padrona è notato da tutti e di lontano ammirato quando entra nelle terme, può sfidare davvero a cuor tranquillo, il custode dell’orto e della vigna! Dorma con la signora. (...) Giovenale, Satire (Satira VI, “Contro le donne”) La matrona romana vive in una splendida domus, circondata dai giardini e dai campi coltivati dai suoi schiavi. E’ un caldo pomeriggio d’estate. La matrona è sdraiata sul suo morbido letto e cerca di placare l’onda di desiderio che invade il suo corpo, infilando una mano sotto la tunica ed accarezzandosi dolcemente tra le cosce. Ma l’eccitazione continua a salire, il desiderio del maschio è ormai irrefrenabile: la matrona decide di concedersi tutto il piacere senza correre rischi e manda a chiamare il barbiere perché venga con gli attrezzi necessari per castrare uno dei suoi schiavi. Poi si affaccia alla finestra e osserva lungamente tutti gli uomini che lavorano nei giardini e nei campi, e tra tutti gli schiavi sceglie me. Manda a chiamare il capo delle sue guardie e gli ordina di catturarmi. Il capo delle guardie scende in giardino con i suoi uomini, soffia nel corno per dare il segnale d’inizio della caccia all’uomo e sistema una clessidra su un altare. Lo schiavo da sacrificare alla volontà della matrona dovrà essere catturato prima che la sabbia abbia finito di scendere, altrimenti sarà considerato salvo e nessuno potrà più toccarlo in futuro. Al suono del corno gli schiavi si immobilizzano terrorizzati: tutti sanno che quel suono significa che la padrona ha deciso di far castrare uno dei suoi maschi, ma nessuno conosce ancora chi è la vittima designata. Le guardie si sparpagliano per il giardino; ad un certo punto mi accorgo che un gruppo sta venendo verso di me e capisco di essere il prescelto. Allora mi lancio in una fuga disperata, abbatto tutti gli uomini che cercano di fermarmi, mi difendo strenuamente a pugni, calci e morsi. La matrona osserva dall’alto la scena, si congratula per la sua scelta e pensa: questo si batte come un toro, non come l’ultimo che ho fatto castrare, che si è fatto catturare in pochi attimi e a letto durava ancora meno. L’eccitazione per quella selvaggia caccia all’uomo si impadronisce della matrona che di nuovo fa scivolare la mano tra le cosce e si accarezza fino ad arrivare all’orgasmo. Intanto io continuo il mio disperato combattimento. Ad un tratto passo davanti alla clessidra e mi accorgo che la sabbia è quasi finita. Sto per farcela, ma la matrona si sporge dalla finestra e si rivolge minacciosa alle guardie: “Non fatevelo scappare, altrimenti vi faccio castrare tutti al suo posto!”. Spinte da quella minaccia, le guardie raddoppiano i loro sforzi, si buttano in gruppo su di me per bloccarmi. Io tento un’ultima disperata difesa, ma il numero è troppo superiore. Le guardie mi legano saldamente caviglie e polsi e mi appendono ad un palo che sollevano sulle spalle, portandomi come un trofeo verso gli appartamenti della matrona. La matrona mi fa legare saldamente su un tavolo e poi ordina a tutti di uscire. Lentamente incomincia a spogliarsi e quando rimane completamente nuda si avvicina dicendomi maliziosamente: “Guarda come sei fortunato, tra poco potrai fare l’amore con me!” Io sono furioso, cerco disperatamente di liberarmi, contraggo tutti i muscoli per cercare di rompere le corde, ma i legami sono troppo stretti e robusti. La matrona si accosta al tavolo su cui sono disteso e avvicina la sua figa al mio viso ed al mio naso, in modo che possa ammirarne la splendida forma ed assaporarne il profumo inebriante. A poco a poco sento il furore dentro di me che si cambia in una piacevole forma di eccitazione. Intanto la matrona mi accarezza su tutto il corpo, tasta i miei muscoli, afferra i miei testicoli ed il mio uccello e ne constata con piacere le dimensioni. Poi si accorge che sono ancora tutto sudato ed accaldato per la recente battaglia ed avvicina la sua vulva alle mie labbra per dissetarmi con il getto della sua fontana. Io bevo avidamente la bevanda che scende copiosa da quella fonte profumata, e continuo a leccarla per non perdermi nemmeno le ultime gocce. La matrona mi sorride compiaciuta ed io, ormai al colmo dell’eccitazione, la supplico di liberami e di consentirmi di penetrarla. “No, adesso no – mi risponde la matrona. – Adesso è troppo pericoloso. Prima ti farò castrare, così potremo fare l’amore senza alcun rischio!” Io continuo a supplicarla di concedersi almeno una volta, le chiedo di permettermi di fare un’ultima volta l’amore con una delle sue schiave, ma la matrona scrolla il capo risoluta. “Adesso appartieni a me e potrai fare l’amore solo più con me!” mi dice. Allora mi metto a piangere e ad urlare disperato: “Aiutatemi! Non voglio essere castrato!” La matrona afferra uno dei suoi veli ricamati e mi imbavaglia saldamente per farmi tacere: “Su, su, non è il caso di gridare in questo modo solo per una piccola operazione!” Poi chiama il barbiere e gli ordina di prepararmi per l’intervento. L’uomo mi rasa completamente i testicoli fino a farli diventare lisci come quelli di un toro, poi lega saldamente il sacchetto che li contiene, subito sotto l’uccello. Benché abbia già visto quello spettacolo numerose volte, la matrona si eccita osservando i preparativi. La castrazione di un maschio le dà un grande senso di potere, si accarezza voluttuosamente davanti a me e quando sente l’orgasmo imminente fa un cenno al barbiere che prende il rasoio e taglia senza esitazione lo scroto con i miei testicoli. La matrona afferra il sacchetto lo avvicina al mio viso togliendomi il bavaglio e mi dice: “Eccole qui le tue palle birichine che facevano tanti semi pericolosi. Hai visto che non era il caso di fare tutte quelle scene per questa piccola operazione!” Osserva compiaciuta i miei testicoli nelle sue mani, poi li lancia verso il suo alano che li divora in un attimo. Ancora dolorante, piango desolato per la virilità offesa in modo irrimediabile. La matrona, intenerita, si affianca nuovamente al tavolo su cui sono sempre saldamente legato, mette il suo ventre all’altezza del mio naso e mi dice: “Annusa la mia figa, annusala profondamente, il suo profumo risana ogni ferita!” Obbedisco ed aspiro a pieni polmoni quel profumo inebriante che a poco a poco lenisce il mio dolore, comincio a leccare le morbide labbra e nuovamente chiedo alla matrona di poterla penetrare. “Oh no! – mi risponde lei – Adesso è ancora troppo pericoloso, prima dobbiamo svuotare per bene il serbatoio ancora colmo di semi!” E così dicendo comincia ad accarezzare il mio uccello duro, portandolo a ripetute eiaculazioni. Ogni volta che l’uccello sta per partire, la matrona lo infila in bocca e beve avidamente le ultime gocce di sperma prodotte dai miei testicoli. Dopo avermi completamente svuotato, la matrona mi dice: “Ecco, adesso sei pronto per diventare il mio amante. Ogni volta che lo vorrò, tu dovrai essere pronto ai miei ordini. Se ti comporterai bene non avrai da rimpiangere ciò che hai perduto oggi, ma se non mi obbedirai o se non sarai all’altezza dei miei desideri ti punirò duramente!” E così incomincia un nuovo periodo nella mia vita di schiavo. Spesso e volentieri la matrona mi chiama nella sua stanza e mi ordina di giacere con lei, di accarezzarla, leccarla, annusarla. Talvolta la matrona mi conduce in mezzo alle sue amiche che mi lanciano sguardi maliziosi, perché conoscono le mie qualità di amante focoso ed innocuo allo stesso tempo. Ma la matrona fin da subito ha messo in chiaro che non vuole spartirmi con nessuna altra. Per essere sicura che non possa approfittare della mia condizione, un giorno manda a chiamare il barbiere e gli ordina di praticarmi un doppio foro sulla pelle che ricopre la punta dell’uccello. Poi vi infila un grosso anello che blocca con una speciale chiave. In questo modo mi è completamente impedita la possibilità di erezione e la matrona mi libera di quell’attrezzo solo quando mi chiama nella sua stanza. Quando la matrona riceve le sue amiche nella domus mi fa sedere in mezzo a loro. I loro discorsi, le pose e gli atteggiamenti che assumono liberamente, e forse provocatoriamente, davanti a me, stuzzicano il mio uccello: ma le velleità di erezione, soffocate dal sistema di sicurezza che mi è stato imposto, mi provocano forti dolori. La matrona mi osserva dal suo posto e mi sorride maliziosa, sembra che con quello sguardo voglia ricordarmi: solo con me, solo con me! Un giorno, eccitato da una provocante e forse complice amica della matrona, riesco a liberarmi dall’anello e mi concedo un momento di piacere al di fuori delle regole. Ma la matrona scopre la mia insubordinazione e mi punisce nel modo più severo. Mi ordina di spogliarmi e, senza dire una parola, mi lega l’uccello con una corda e con quella mi tira dietro di sé, costringendomi ad attraversare tutta la città, fino al mercato degli schiavi e mi mette in vendita. Molte matrone si avvicinano, attratte dalla qualità della merce in esposizione, tastano il mio uccello reso innocuo dal rasoio del barbiere e offrono forti somme per avermi. Ma la matrona rifiuta ogni offerta e accetta di vendermi solo a un contadino in cerca di uno schiavo da utilizzare per muovere la macina, in sostituzione del suo vecchio asino. Mi cede in cambio di pochi spiccioli e dell’impegno a non rivendermi a nessun altro. Così mi trovo aggiogato alla sbarra di legno che aziona la macina, costretto a girare in tondo per tutta la giornata. Ogni tanto la crudele matrona viene a farmi visita. A volte si fa accompagnare dal suo nuovo eunuco e si accoppia davanti a me per farmi crescere il rimpianto per quello che ho perso, altre volte porta con sé dei giovani ancora completi dei loro attributi e li fa eiaculare davanti a me provocandomi con taglienti parole: “Ti ricordi quando anche tu eri ancora uno stallone e schizzavi il tuo sperma, prima che io ti facessi castrare!” Altre volte viene da sola, si siede sul muretto davanti a me, solleva la tunica, allarga le gambe e comincia ad accarezzarsi, colpendomi con la frusta quando mi fermo per osservarla ammirato ed eccitato. “Ti piace ancora la mia figa, eh? – mi chiede provocante – Pensa a come sei stato stupido a giocarti il posto di mio amante preferito. Potresti essere ancora qui, tra le mie cosce, con la tua bocca, la tua lingua, il tuo uccello. E invece adesso non avrai mai più la possibilità di toccare la figa, passerai tutti i tuoi giorni attaccato a questa macina rimpiangendo il giorno in cui mi hai disobbedito!” Sotto il sole cocente rallento il passo e cerco un attimo di riposo, ma la frusta della matrona mi sferza le spalle e mi incita al lavoro. Sono sudato ed assetato. La matrona se ne accorge. Davanti a me si accoccola sulla ciotola dell’acqua ormai vuota e la riempie col getto lungo e abbondante della sua fontana. E così facendo mi fa tornare in mente la prima volta in cui ho potuto assaporare quella bevanda e mi riempie di rimpianto.
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