IL CAMERIERE
By: Ange

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[STRAIGHT] [TESTICLES]

Una padrona molto esigente decide di castrare il suo cameriere per renderlo più docile ed obbediente


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Da poco tempo avevo trovato lavoro come cameriere in un elegante bar del centro e fin dal primo giorno di servizio ero stato attratto da una affascinante signora seduta ad un tavolino in fondo alla sala. Quando mi avvicinai per servirla, la signora accavallò le gambe maliziosamente, mostrandomi uno splendido panorama. Nei giorni seguenti notai che la signora, che si sedeva sempre allo stesso posto, assumeva pose sempre più provocanti, ampliando sempre di più il panorama e consentendo al mio sguardo di risalire fino al punto in cui la pelle candida delle gambe spuntava oltre il limite delle calze scure.

Un mattino la signora mi invitò a sedermi al suo tavolo, mi disse che stava cercando da tempo un cameriere fidato e mi chiese se ero disposto ad entrare al suo servizio. Accettai senza indugio la proposta e il giorno successivo mi presentai all’indirizzo indicato. La signora mi introdusse in casa, mi fece accomodare in poltrona, mi propose un brindisi per festeggiare l’inizio del nuovo lavoro e mi servì una coppa di champagne.

Appena terminato il brindisi, cominciai ad avvertire una strana sonnolenza che si impadroniva di me. Le palpebre diventarono pesanti, gli occhi si chiusero e piombai nel sonno. Quando mi risvegliai mi accorsi che la situazione era cambiata: giacevo sdraiato sul tappeto, completamente nudo, le mani ed i piedi saldamente legati con delle corde. Sulla poltrona davanti a me stava seduta la donna che mi aveva accolto: indossava soltanto il reggicalze ed un paio di calze nere finemente lavorate.

Mentre mi guardavo intorno sbalordito, la signora mi sorrise: “Vedi, in realtà io sto cercando un cameriere molto particolare, un cameriere che sia disposto a mettersi al mio servizio in tutto e per tutto, che faccia atto completo di sottomissione alla sua padrona. Sei ancora intenzionato a prendere servizio a queste condizioni?” Mi chiese allargando maliziosamente le gambe, per offrirmi la migliore visuale delle sue parti più intime.

Ero rimasto senza fiato per lo stupore e riuscii a rispondere solo con un cenno affermativo del capo.

La donna si alzò dalla poltrona, mi slegò polsi e caviglie e mi ordinò di inginocchiarmi davanti a lei per leggere l’atto di sottomissione che mi porse. Obbedii, mi inginocchiai davanti alla poltrona su cui stava seduta la mia nuova Padrona e cominciai a leggere: “Da questo momento mi sottometto completamente a Te, mia Padrona, prometto di essere il tuo cameriere obbediente, di rispettare tutti i tuoi ordini, di svolgere tutti i compiti che mi saranno assegnati, anche i più sgradevoli, e di accettare ogni tipo di punizione in caso di mancanza”.

La Padrona mi porse una corda e mi ordinò di legare con essa i testicoli e l’uccello, poi ne afferrò il capo con evidente soddisfazione, dando qualche strattone per farmi capire che da quel momento anche i miei genitali erano in suo potere.

“Occorre un bel brindisi per festeggiare il nostro accordo!” esclamò la Padrona e prese le coppe con cui avevamo brindato prima.

“Ma vuoi di nuovo addormentarmi?” domandai stupito.

“Oh no, - rise la donna – questo sarà un brindisi molto particolare!”

Si sollevò in piedi, divaricò le gambe e mi fece segno di inserire una delle coppe vuote tra le sue cosce. Obbedii sempre più sbalordito e vidi sgorgare dalla fontana della mia nuova Padrona un getto limpido che riempì il bicchiere fino all’orlo. Poi versò dello champagne nella sua coppa, fece tintinnare il calice con il mio e mi invitò a bere per festeggiare la mia assunzione. Subito dopo, tenendo saldamente tra le mani la corda legata ai miei genitali, mi condusse a visitare l’abitazione, spiegandomi alcune delle mansioni che avrei dovuto svolgere.

Da quel momento cominciai a servire la mia nuova Padrona e non tardai ad accorgermi che le prestazioni che mi venivano richieste erano molto più numerose ed impegnative di quelle di un normale cameriere. Innanzitutto ero obbligato a girare per la casa nudo, spesso portando una sorta di guinzaglio legato ai genitali, che la Padrona afferrava e tirava senza troppe cautele quando voleva portarmi da qualche parte o richiamarmi all’ordine. Molto spesso mi ordinava di inginocchiarmi e di accarezzarla con le mani o con la bocca nelle parti intime mentre lei pranzava, guardava la televisione, leggeva o svolgeva altre attività.

A volte, soprattutto quando erano invitati a cena degli amici, la padrona mi obbligava ad indossare la sua biancheria intima ed ero quindi costretto a servire la cena con il reggiseno, il reggicalze e le calze, oltre alla solita legatura che tutti, anche gli ospiti, potevano afferrare a piacimento per impormi i loro ordini o i loro richiami.

Un compito fisso che mi era stato assegnato era quello di accompagnare la mia Padrona in bagno, assisterla durante il bagno o la doccia e provvedere anche alle pulizie più intime. La Padrona adorava fare la pipì davanti a me e subito dopo mi ordinava di pulire con la lingua le goccioline intorno alla sua figa. A volte non si tratteneva dall’aprire la fontana direttamente su di me, innaffiando il mio corpo, la mia faccia o lasciando cadere il getto direttamente nella mia bocca

La Padrona faceva di tutto per tenermi in uno stato di continua eccitazione: girava per la casa nuda oppure indossando soltanto della biancheria intima molto provocante; faceva in modo di farmi sentire spesso il profumo inebriante della sua figa, pur avendo messo subito in chiaro che mi era consentito solo annusarla e leccarla.

Quando la Padrona si ritirava nella sua camera, mi legava ad un anello fissato alla parete davanti al letto. Da quella posizione dovevo ammirarla mentre si spogliava, si coricava e spesso mentre si accarezzava davanti a me con le gambe spalancate, senza poter dare soddisfazione all’eccitazione che mi invadeva e che si manifestava in vigorose erezioni. Infatti uno dei divieti che mi era stato imposto fin dall’inizio, era proprio quello di accarezzarmi e ancor di più di arrivare all’emissione di sperma senza autorizzazione o ordine preciso.

La prima volta che avevo contravvenuto a quella disposizione avevo subito una pesante punizione corporale a base di frustate accompagnate da minacce pesanti. La Padrona, che mi aveva sorpreso ad eiaculare senza permesso, era andata su tutte le furie e si era messa ad urlare: “Per questa volta te la cavi con la frusta, ma se ti prendo ancora a sprecare lo sperma in questo modo, ti taglio l’uccello!”

A volte al mattino la Padrona mi chiamava nel letto con il compito di risvegliare i suoi sensi ancora intorpiditi dal sonno: dovevo accarezzarle il seno, leccarle con cura la figa, ma poi la Padrona decideva di continuare ad accarezzarsi direttamente ed io ero costretto a riprendere il mio posto di spettatore passivo. In questo modo ero condannato per lunghi periodi ad uno stato di perenne eccitazione, senza alcuna possibilità di sfogo.

In altri momenti, invece, la Padrona mi costringeva improvvisamente a super produzioni di sperma che raccoglieva in contenitori di cui ignoravo la destinazione. A volte mi imponeva la produzione di una quantità talmente elevata di seme da ridurmi allo sfinimento. D’altra parte dovevo cercare di rispettare quelle condizioni perché altrimenti scattavano punizioni a base di frustate, accompagnate dalle espressioni di derisione per non essere stato all’altezza delle richieste.

Di solito, però, mi era vietato arrivare all’orgasmo e quando la Padrona mi vedeva particolarmente eccitato mi legava le mani dietro la schiena per impedire di toccarmi.

Era una legge troppo dura da rispettare: a volte riuscivo a far partire di nascosto il mio uccello eccitato, nascondendo ogni traccia del seme che eiaculavo in abbondanza dopo lunghi periodi di astinenza, ma un giorno fui sorpreso dalla Padrona durante una di quelle manovre proibite e così decise di applicarmi una dura punizione.

Mi costrinse ad inginocchiarmi davanti ad un piccolo tavolino, mi legò saldamente le mani dietro la schiena, poi appoggiò il mio uccello su una specie di tagliere che aveva sistemato sul tavolino. Per un attimo fui terrorizzato pensando che volesse evirarmi in quel modo brutale. Ma la Padrona aveva altro in mente: tirò il mio uccello in modo da allungarlo al massimo, poi appoggiò la punta di un chiodo verso l’estremità della pelle allungata, in modo da non ferire il glande all’interno. Afferrò un martello e in quel momento capii che voleva trapassare il doppio strato di pelle sulla punta dell’uccello. La Padrona si inginocchiò dietro di me, facendomi sentire il suo seno contro la mia schiena, il suo ventre contro le mie natiche e mi sussurrò parole dolci:

“Vedrai che non ti farò troppo male e se ti comporterai bene dopo ti farò annusare la figa, ti farò sentire quel profumo che lenisce tutti i dolori.”

Poi sollevò il martello e lo abbattè con forza sulla testa del chiodo: la pelle del mio uccello fu trapassata da parte a parte e attraverso quel foro la Padrona inserì un lucchetto destinato ad impedire ogni possibilità di erezione non autorizzata.

Da quel momento l’eccitazione che provavo davanti alle esibizioni della Padrona fu accompagnata dal senso di sofferenza per la presenza di quel lucchetto che impediva al mio uccello di distendersi in erezione.

Solo a tratti la Padrona mi liberava da quel congegno e mi concedeva un po’ di sollievo. La situazione era diventata veramente insopportabile, anche perché la Padrona assumeva nei miei confronti atteggiamenti sempre più provocanti ed eccitanti, chiedendomi continuamente di annusarla e di leccarla, e mettendo spesso in azione la sua fontana davanti alle mie labbra.

Un giorno la Padrona mi disse che doveva uscire, mi raccomandò di rispettare tutte le regole durante la sua assenza e per sicurezza mi legò all’anello fissato nel muro della sua stanza. Non appena si fu allontanata, mi protesi verso il cassetto dove sapevo che teneva la chiave del lucchetto. Non riuscivo a raggiungere la maniglia a causa della catena fissata da una parte all’anello e dall’altra al lucchetto sulla punta del mio uccello. Mi protesi ancora di più, rischiando di strappare il pene che si era allungato all’inverosimile e finalmente riuscii ad aprire il cassetto e ad impadronirmi della chiave del lucchetto.

Lo aprii subito, mi sdraiai sul letto della Padrona e cominciai ad accarezzarmi fino a provocare un lungo getto di sperma che mi inondò completamente il ventre.

Finalmente appagato, mi godevo quella sensazione di sollievo dopo un lungo periodo di sofferta eccitazione, quando la porta della stanza si aprì e vidi comparire la Padrona. Capii subito che ero caduto in un tranello: la signora aveva finto di uscire di casa per mettermi alla prova ed ora mi osservava con aria disgustata.

“Non hai rispettato le regole ed hai tradito la mia fiducia. Ti darò una punizione molto severa!” mi disse e si allontanò richiudendo la porta a chiave. Più tardi rientrò nella stanza con un’espressione di collera sul volto.

“Ho deciso di castrarti! – mi annunciò senza preamboli – E’ l’unico sistema per costringerti a rispettare le mie regole!”

Mi prostrai a terra chiedendo perdono e promettendo di non fare mai più alcuna azione sgradita, ma lei fu inflessibile.

“E’ troppo tardi, - mi disse la Padrona – dovevi pensarci prima! Ti taglierò i testicoli così smetterai di fare quelle porcherie e diventerai molto più docile e sottomesso.”

Rendendomi conto che la Padrona aveva ormai preso quella decisione e non sarei più riuscito a farle cambiare idea, trovai il coraggio di esprimere un ultimo desiderio e di farmi spruzzare l’ultimo getto dei miei testicoli nella sua figa.

“Sì, ti consentirò di fare l’amore con me una volta, una volta sola – mi disse – e non credere che sia un gesto di generosità: tu meriteresti di essere castrato immediatamente, ma io ho deciso di concederti questa possibilità come una punizione in più, per farti soffrire quando ricorderai questa scopata e rimpiangerai di aver perso la tua virilità per sempre!”

La Padrona si sdraiò sul letto, si fece leccare per portarmi al massimo dell’eccitazione e mi consentì di penetrarla. Appena sentì il mio uccello dentro di sé, la Padrona cominciò a sussurrarmi parole eccitanti:

“Senti come è morbida la mia figa! Ti piace fare lo stallone dentro! Pensa che è l’ultima volta che puoi farlo, poi ti castrerò e non potrai mai più fare il maschio!” Intanto giocava con i miei testicoli, stiracchiandoli ogni tanto quasi per ricordarmi la sorte che mi aspettava.

Cercavo di far durare il più a lungo possibile quel momento, mentre la Padrona sembrava divertirsi a smontare le mie difese: “Dai, fai il maschio! – mi diceva – Riempimi di sperma. Pensa che è l’ultima volta che puoi mettere l’uccello nella figa, la prima e l’ultima volta che puoi fare lo stallone dentro di me!”

Non riuscii più a trattenermi ed eiaculai dentro di lei. Subito dopo la Padrona mi legò saldamente sul letto e iniziarono i preparativi per la castrazione. Prese un rasoio e mi depilò accuratamente lo scroto fino a farlo diventare completamente liscio.

“Guarda che bei testicoli da toro! – esclamò – Peccato che ormai ho deciso di tagliarli. Ma vedrai che dopo sarai contento anche tu, perché diventerai molto più obbediente e sottomesso”.

La Padrona preparò un barattolo di vetro con del liquido speciale per conservare nel tempo i miei testicoli. Mentre armeggiava vicino a me fui preso dal profumo irresistibile della sua figa e le chiesi di farmi entrare ancora una volta.

La Padrona rispose con aria seccata, dicendo che mi ero già divertito fin troppo e che era il momento di finirla con quelle storie. La supplicai di farmi partire un’ultima volta, ma nemmeno le lacrime che sgorgavano sul mio viso riuscirono a commuoverla.

Prese una cordicella e legò strettamente il sacchetto dei miei testicoli, appena sotto l’uccello. Poi afferrò un paio di forbici affilate e con una mano cominciò a farne scorrere la punta sulla pelle del mio scroto mentre con l’altra si accarezzava tra le cosce.

“Mi eccita l’idea di castrare un maschio! – mi diceva eccitata – Forse stai rimpiangendo il tuo impiego da cameriere nel bar dove venivo a farti vedere le mie gambe. Tu non sapevi ancora come sarebbe andata a finire, io invece sapevo perfettamente che un giorno ti avrei castrato. Sapevo che saresti finito a gambe larghe davanti alle mie forbici e mi eccitavo pazzescamente quando venivi a servirmi al tavolino pregustando il giorno in cui mi avresti servito su un vassoio le tue stese palle!”

Dopo aver raggiunto l’orgasmo, afferrò saldamente le forbici e senza esitazione recise per sempre i miei testicoli. Poi afferrò il sacchetto che conteneva le mie preziose palle e lo avvicinò al mio viso facendolo dondolare.

“Eccolo qua, il galletto che ha smesso di fare chicchirichì! – esclamò. Depose il sacchetto su un vassoio, identico a quelli che usavo al bar e mi disse:

“Adesso io andrò di là e quando ti chiamerò tu verrai a servirmi i tuoi testicoli, come un bravo cameriere”

E così presi il vassoio e mi avviai verso l’altra stanza, dove la padrona mi stava aspettando. Si era rivestita e stava seduta ad un tavolino, accavallando le gambe per farmi vedere il panorama, proprio come faceva quando veniva al bar. Deposi il vassoio con i miei testicoli sul tavolo, lei lo prese, lo aprì, ne osservò con attenzione il contenuto, poi lo infilò nel barattolo che aveva preparato, mi slegò, mi mise tra le mani il contenitore e mi ordinò di andarlo a depositare su un mobile in bella vista nella sala.

E così divenni un cameriere più mite, obbediente e sottomesso. Ogni tanto la Padrona per stuzzicarmi mi portava davanti al barattolo e mi diceva: “Guarda, ti ricordi di quando avevi ancora i testicoli, di quando facevi il toro nella figa della tua Padrona?”

Ma io non provavo nostalgia. Non rimpiangevo il giorno in cui avevo preso servizio in quella casa. Ero contento di essere completamente sottomesso e di non avere più quell’appendice che assorbiva molte delle mie energie e mi distraeva dal compito principale di servire la mia adorata Padrona.



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